Ci avete mai pensato a come dovrebbe essere una nuova legge, norma o regolamento affinché sia efficace nel farci cambiare abitudini verso qualcosa di più sostenibile? O quale dovrebbe essere il giusto mix di fattori politici, tecnologici e societari per farci rivedere completamente un’abitudine diventata un gesto automatico? Vi siete mai chiesti qualcosa del tipo: ma se io faccio questa cosa sempre nello stesso modo poco sostenibile da anni, di cosa avrei bisogno per vincere le inerzie e cambiare modo di farla? Ecco io mi sono posto questa domanda, l’altro giorno, mentre uscivo dal bagno dell’ufficio e, guardando il dispenser di fazzoletti per asciugare le mani, pensai: “per colpa di questi dispenser qui, da decenni, ognuno di noi utilizza molta più carta per asciugarsi le mani di quanta realmente ne servirebbe “.
E immediatamente dopo, il secondo pensiero che mi è venuto spontaneo é stato che in effetti, il mitico dispenser di asciugamani di carta da bagno pubblico é la trappola perfetta di insostenibilitá ambientale e rappresenta il classico esempio di sistema che ha giá al suo interno numerosi elementi che rendono difficilissimo, se non impossibile, far cambiare il suo utilizzo da parte della popolazione mondiale (che ne usufruisce), almeno per i seguenti motivi:
- se prendi un solo fazzoletto hai l’impressione che tu non stia asciugando le mani a dovere. E quindi ne prendi due o tre;
- tutti intorno a te fanno lo stesso da sempre, rinforzando questo atteggiamento di massa;
- é gratuito per l’utilizzatore finale e questo non mette nessuna barriera al suo over-consumo.
Questo si traduce in tonnellate di carta non riciclabile, mandate all'inceneritore ogni anno con annesse emissioni e inquinanti atmosferici. Per un singolo gesto, cosí innocuo e automatico, che tutti noi compiamo più o meno quotidianamente con naturalezza. Mi sono illuminato. E ho pensato: “ la non-sostenibilitá di tanti aspetti dei nostri stili di vita non deriva proprio da questo? L’abitudine nel fare determinate cose nello stesso modo che il mercato ha deciso di farcele fare inizialmente, quando ha introdotto quel prodotto?
Ok, ho l’esempio perfetto in mano, la mia testa sta correndo fortissimo, sfida accettata, proviamo a rendere questa cosa virtualmente più sostenibile e vediamo che lezioni possiamo trarne per altri aspetti legati alla crisi ambientale e climatica in cui ci troviamo.
La prima cosa che mi viene in mente è l'utilizzo di un cartello esplicativo che magari mostri una statistica chiave causata dallo spreco di questi fazzoletti e che indichi in poche vignette come fare per utilizzarne SOLTANTO UNO per asciugare le nostre mani. Ho visto già qualche esempio simile in qualche bagno in giro per l’Europa. Fattibilissimo. Bene, stiamo agendo sulla conoscenza del consumatore. Stiamo formando il cittadino e facendo leva quindi sull’educazione ambientale. Cosa puó andare storto? In questo momento il consumatore ha davanti i suoi occhi gli strumenti necessari per riconoscere il problema e cambiare abitudini.
Il problema é che non tutti guarderanno al cartello. Trovandosi in un ufficio, le persone avranno spesso la mente già affollata da altro, o saranno di corsa tra due meeting. E anche se volessimo estendere il pensiero ad una stazione di servizio o bagno pubblico si tratterebbe ancora di posti di passaggio, che nella società della fretta che abbiamo creato, vengono popolati per pochi sfuggenti secondi. In questo modo continuiamo a rimanere nel bias dello status quo, che da millenni fa sì che noi umani effettuiamo il 95% delle nostre scelte in maniera istintiva e più “comoda” per il nostro cervello. Come raccontiamo nell’articolo 2 del nostro blog: la sostenibilitá é anche e soprattutto questione di tempo.
Probabilmente il nostro cartello esplicativo porterebbe il 10% più attento dei consumatori a porsi qualche domanda in più, e forse in seguito, una minoranza inizierebbe a cambiare abitudine sforzandosi ad utilizzare un solo pezzo di carta. Alcuni di questi peró tornerebbero subito alle vecchie abitudini realizzando che effettivamente un solo pezzo di carta é difficile da usare: non asciuga benissimo, si strappa tutto dopo poche passate, e si sa, che le mani bagnate possono essere una notevole fonte di batteri.
Allora, mentre continuo a fissare il dispenser penso che forse in questo caso la risposta debba arrivare dall’industria. Bisogna creare un pezzo di carta per asciugare le mani, che sia abbastanza spesso da risultare confortevole ed efficace anche utilizzandone SOLTANTO UNO. Perfetto! Se ci guardiamo attorno, in effetti, tanti cambi di sistema stanno avvenendo grazie ad importanti innovazioni tecnologiche, a prescindere dall’impegno diretto dei consumatori. Cosa puó andare storto questa volta?
E…effettivamente può andare storto quello che spesso accade quando ci si affida esclusivamente alla tecnologia: quello che prende il nome di paradosso di Jevons, secondo il quale l’efficientamento di una tecnologia spesso porta ad un aumento del suo utilizzo anziché ad una diminuzione. Nel nostro caso del dispenser di asciugamani di carta, la sola miglioria tecnologica potrebbe non essere percepita come risolutiva dal consumatore, che continuerebbe ad utilizzare più di un pezzo di carta, questa volta con uno spessore maggiore, causando un aumento dello spreco di carta anziché una sua diminuzione.
Fermi!! Ci siamo! Bisogna combinare la soluzione del cartello che informa ed educa il consumatore, alla miglioria tecnologica che effettivamente permette di asciugare le mani in maniera sicura e confortevole. Da sole queste misure non hanno speranza, ma insieme, educazione e tecnologia, sembrano essere il mix perfetto per ridurre il consumo di carta asciugamani.
Sicuramente i dipendenti dell’ufficio dopo qualche tempo inizierebbero a parlarne in pausa caffè, e i più attenti alla sostenibilitá potrebbero tranquillamente provare a convincere gli altri nel cambio di abitudini, forti del fatto che effettivamente un solo pezzo di carta adesso ha uno spessore maggiore e quindi è in grado di eseguire la stessa funzione ma con un impatto ambientale minore. Un po’ come succede con l’auto elettrica ad esempio, o con le fonti di energia rinnovabile.
Aspetta, aspetta, aspetta…Questo é vero finché non subentra la polarizzazione nei discorsi tra dipendenti. La volta che un dipendente furioso col capo entrerá in bagno e utilizzerá 2 o 3 pezzi di carta soltanto come sfogo, per sfregio verso il capo che “sicuramente è tra quelli che hanno pensato a questa iniziativa”. Oppure la volta che in pausa caffè, una collega o un collega, trascinata o trascinato da ció che vede nei media e nei politici di riferimento, si trovi non proprio simpatizzante delle misure di sostenibilitá e inizi ad insinuare “una limitazione di libertá a cui non mi piegheró di certo”. O la volta in cui un’altra persona cadrà nel bias dell’inefficacia, che ci convince che l’azione del singolo non faccia alcuna differenza nel risultato globale finale e che quindi non ne valga la pena. Sono tanti gli scenari che porterebbero al sabotaggio di questa combinazione di miglioria tecnologica (foglio di carta più spesso) e sforzo educativo (cartello esplicativo al muro).
Allora, sono tornato su un mio pensiero iniziale, che fino ad ora avevo lasciato nascosto e lontano: il modo più rapido ed efficace sarebbe imporre ai dipendenti l’utilizzo di un solo pezzo di carta, ad esempio mettendo un dispenser con timer di 40 secondi tra uno strappo e l’altro, inducendo l’utilizzatore alla resa di fronte all’attesa per il secondo pezzo.
Questa nel nostro caso é quella che potremmo definire una politica climatica restrittiva. Abbiamo qualche esempio anche nel mondo reale, come il ban alle auto a combustibile dal 2035 imposto dall’Unione Europea. Ma da sole queste misure imposte dall’alto, abbiamo avuto modo di vedere quanto risultino polarizzanti e quante resistenze trovino nella loro accettazione da parte di industria e cittadini. Lo stesso accadrebbe nel nostro ufficio immaginario, dove all’introduzione di questa limitazione, riceveremo sicuramente le prime lamentele al dipartimento di risorse umane.
Ma come possiamo allora applicare un limite forte dall’alto che dia la spinta ad un ciclo virtuoso, senza minare la sensibilità dell’utilizzatore e generare reazione? Lo scenario cambia se abbiamo prima introdotto la parte educativa e di presa di coscienza mediante il cartello esplicativo, magari coinvolgendo i dipendenti nella parte di design grafico del piccolo cartello mediante un piccolo concorso in ufficio per i più creativi, e perché no, coinvolgendoli anche mediante sondaggio preliminare sulle loro abitudini di utilizzo degli asciugamani di carta. Cosí che la presa di coscienza parta ben prima dell’implementazione, già nella fase di design e raccolta dati, come nelle migliori esperienze di citizen science, e i dipendenti si sentano coinvolti in un’operazione virtuosa. Poi di conseguenza aggiorniamo la tecnologia a disposizione rendendola più efficiente e passando quindi ad una carta leggermente più spessa, coinvolgendo l’azienda fornitrice nel percorso di scelta dello spessore ottimale.
Soltanto a questo punto introduciamo la nostra politica climatica restrittiva, introducendo il timer tra due strappi di carta, possibilmente senza troppo clamore e non ponendo su di essa il focus della nostra campagna di cambiamento.
In questo modo probabilmente dopo un breve periodo di accettazione pacifica e assestamento, l’utilizzo di un solo pezzo di asciugamani di carta diventerebbe l’abitudine in ufficio, e senza rivolte e forconi avremmo risparmiato quintali di carta a fine anno.
Come? Con un applicazione simultanea di educazione ambientale, efficientamento tecnologico e politiche ambientali. Vi salta alla mente qualche caso simile nella realtá dei giorni nostri? Quali sono i dispenser di carta immaginari della nostra società? Fatecelo sapere nei commenti.

